Crocifissazioni II - Il crocifisso nell’arte contemporanea
in Attualita by Capano Pasquale - pubblicato il 2010-07-23 18:01
Nonostante le bizzarrie libertarie, di carattere fortemente oggettuale, che qualificano il felice assortimento dell’arte contemporanea, un posto indiscusso e ancora privilegiato è occupato dal crocifisso. Proprio quest’ultimo rappresenta un lascito singolare per le rappresentazioni artistiche, portavoce di una tradizione mai morta, che continua a invadere il campo dell’arte anche nell’era in cui gli artisti stessi abbandonano il “fare artistico” tradizionale. Il crocifisso porta con sé, nel suo immenso e sempre aperto bagaglio mnemonico, strati e substrati di significati, interpretazioni e stili. Ma che posto occuperà il crocifisso nell’età dell’avanguardia e delle neoavanguardie? Cristo continua a guardarci, non più impietosito negli ultimi istanti di vita dalle colline di Golgota, ma perplesso dalle pareti scolastiche, dai supermercati, dalle caserme, dai negozietti di souvenirs a Chinatown, a contendersi gli angusti spazi con grassocci buddhini, muscolosi gladiatori e boxer con la stampa degli attributi maschili e scultorei del David! “Povero Cristo” (!), non ci resta che affermare copiosamente nell’esagitato iperbolico presente. Medesima affermazione è, se non esclamata, materializzata dagli stessi artisti che oggi, imperturbati, consapevoli, lucidi e tragicomici, continuano a proporci un’immagine di Cristo crocifisso (o “crocifritto”!), deformato, logorato, deflagrato, consumato o, perché no, impacchettato!
Ma non è tutto, c’è da trattare anche un altro aspetto, di carattere storico, che ha un peso considerevole. Questo riguarda il raggiungimento, attuale, di un’affermata libertà d’espressione e di pensiero, nei temi sociali e civili, di cui l’artista (finalmente) gode. Il divorzio e la spaccatura tra arte e religione, avviene nel XVIII secolo. Nell’età dei lumi si assiste ad una prima laicizzazione della cultura in senso lato. Subentrano a buon diritto nelle rappresentazioni artistiche altri temi di natura politica e sociale. Ovviamente, ciò non implica una totale sparizione, nel Settecento, di temi religiosi. Un riemergere del binomio dicotomico arte–religione, con tutt’altro prospettivismo, viene a galla nel “secolo breve”. È, dunque, nel Novecento, in concomitanza con il superamento dei “limiti imposti dalla stessa rappresentazione artistica”, con una rinnovata volontà di trasgredire (letteralmente trans-gredi: andare oltre), che gli artisti ci riconsegnano tutte le antiche formule e immagini tradizionali, ma ormai denaturate e sformate. Hanno forse subito l’urto frontale con la nuova ingorda società di massa? Sono forse state energicamente shakerate nel cocktail dell’informazione, e bevute tutte d’un fiato da noi, abituali e veloci “consumatori” di cultura?! Ciò che sappiamo è che l’arte (e l’iconografia sacra contemporanea) è anche una grande bestemmiatrice, avendo lottato per il diritto alla libertà ha ricevuto anche quello alla blasfemia. Perché trasgredendo ha dovuto sfidare, ha dovuto situarsi al confine, luogo scomodo, ma che bisogna pur sempre percorrere (avrebbe affermato Foucault).
Kendell Geers, artista sudafricano (Johannesburg, 1968), realizza l’opera TW (I.N.R.I.), che presenta un ordinario crocifisso impacchettato da comune nastro segnaletico stradale bianco e rosso. L’operazione di Geers può avere diversi significati. Uno di tanti è la pericolosità (dettata dal nastro) d’interpretazione di un simbolo che ha portato e tutt’oggi porta a guerre e scontri tra civiltà. Ma forse l’artista ci invita a isolarlo e fare molta attenzione, chissà, attenzione a non attraversare “la zona”, a non calpestare qualcosa (il crocifisso) di già incidentato! Geers poi non dimentica il modo barbarico con cui l’uomo bianco occidentale (e in tal senso il crocifisso ne è portavoce) ha spremuto e succhiato la linfa vitale delle popolazioni autoctone del suo paese, il Sudafrica. Ma chissà, lo si può vedere anche come la volontà di superamento dei limiti imposti dalla religione!?
Banksy, eccezionale muralista inglese nato a Bristol negli anni ’70, la cui identità resta (per volontà dell’artista) ignota, ci propone un’immagine veramente sconcertante del crocifisso. La tradizionale sagoma di Cristo è ridotta ad un bruciante e assoluto bianco e nero sgocciolato, rappresentata in veste “street-art” o “graffiti-art”, in cui la croce viene a mancare del tutto, sostituita da un grigiume rarefatto e nebuloso sul fondo al quale Cristo, con in mano buste sovraccariche delle nostre “necessarie inutilità” quotidiane, sembra inchiodato nel vuoto dall’empietà capitalista. O è forse andato a fare shopping terapeutico?
Andrés Serrano, fotografo e artista visivo statunitense, ha sollevato la stragrande maggioranza di critiche shockando il pubblico con l’ormai nota opera presentata nel 1987. L’opera (fotografica) si presenta formalmente come l’immagine di un crocifisso fluttuante in una vischiosa sostanza dorata, che, ponendosi come schermo e velando, sfocando lievemente la chiarezza del soggetto sacro, sembra quasi rafforzarlo nel suo pathos e dolore. Ma cosa accade leggendo il titolo dell’opera (sic!)? Ebbene sì, i nostri occhi non ci ingannano, leggiamo proprio Piss Christ (resic!)! Intendiamo, dunque, che l’artista ci presenta una foto di un’azione sfrontata e scherzosa da lui compiuta: ha immerso in un barattolo, contenente la propria urina, un piccolo crocifisso. Ma non condanniamo aprioristicamente tale gesto, a fare questo ci hanno già pensato vent’anni fa i perbenisti e bigotti tribunali statunitensi. Prendiamola per quello che è: arte. Ma soprattutto, è un probabile messaggio che l’artista lancia, attraverso quest’atto non gratuito, perché bestemmiando nella sua opera ha affermato il diritto alla sua libertà artistica e umana. Ma l’operazione di Serrano (immergendo Cristo nella materia organica) non è poi così banale se ne valutiamo, secondo un’altra chiave di lettura, letteralmente i valori “consustanziali” della foto, ovvero il suscitare una storica piaga delle canoniche diatribe cristologiche: la separazione tra corpo e spirito, tra essenza e sostanza, etc.
Renato Guttuso, artista siciliano nato a Bagheria nel 1911, tra i più grandi esponenti della pittura realista italiana del secondo dopoguerra, dipinge la celebre Crocifissione nel 1941. Il dipinto diviene poi tra le immagini-simbolo più significative del Novecento italiano, per l’attualizzazione del dramma nella storia presente (l’opera viene dipinta durante il secondo conflitto mondiale). Che si tratti della travagliata storia italiana, quella dei disastri morali arrecati dalla guerra e dalle razzie fasciste, è indubbio; l’artista poi eleva ed estende l’immagine quale riflesso incondizionato della storia universale. La storia che ritorna. La storia di chi quotidianamente viene crocifisso, pestato, imprigionato per le proprie idee. Nell’opera le figure, dalle tinte sature, sanguigne e violacee, si accavallano enfatizzando il dramma scenico. Sono taglienti e ferme, come il paesaggio e le case che si dispiegano sul fondo. Sono nude perché atemporali. Sono una natura morta, o meglio, natura morente. Sono immagine dolente del dolore stesso, inspiegabile eppur onnipresente.




