Non è un paese per bamboccioni - Due chiacchiere con Matteo Fini

Deliceto - Abituata a sentirmi rispondere dai miei amici “Richiamami fra 10 minuti perché sono in bagno”, devo dire che sentire invece qualcuno dall’altro capo del telefono che mi dice “Posso richiamarti fra un’oretta, sono in riunione col mio agente...

in Attualita by Angela Chinni - pubblicato il 2011-03-29 14:50
Non è un paese per bamboccioni

Abituata a sentirmi rispondere dai miei amici “Richiamami fra 10 minuti perché sono in bagno”, devo dire che sentire invece qualcuno dall’altro capo del telefono che mi dice “Posso richiamarti fra un’oretta, sono in riunione col mio agente letterario”… devo ammettere che ha sortito tutto un altro effetto. E così, qualche giorno dopo e tre o quattro fermate di metro verde a Milano, mi ritrovo seduta in un bar a parlare di bamboccioni con uno scrittore emergente. Quasi più come due vecchi amici che non come intervistatrice - intervistato. Tant’è.

Intanto mi tolgo la prima curiosità: come nasce l’idea del libro

L’idea parte dal comune intento dei due autori di scrivere qualcosa su questo argomento. Matteo Fini e Alessandra Sestito, amici già da qualche anno, sono un precarissimo docente della Statale di Milano e una giornalista free lance che ha collaborato per anni con Funari. Alessandra e Matteo si erano conosciuti proprio alla Statale dove Matteo anni fa organizzò un evento a cui fu invitato Funari e a cui prese parte anche Alessandra in quanto sua collaboratrice. L’esigenza (nessun altro termine potrebbe essere più appropriato di questo) di scrivere della condizione dei giovani in Italia li ha fatti mettere a tavolino. La prima portata prevedeva: parlare al positivo e non lamentarsi. Hanno cercato in giro per l’Italia delle storie di giovani che ce l’hanno fatta, nonostante tutto (come recita il sottotitolo del libro). E ne hanno trovate, forse inaspettatamente, molte. Di queste molte, soltanto undici hanno trovato asilo nelle pagine del loro libro, anche e soprattutto per esigenze di formato letterario. La seconda portata era: spartirsi il lavoro e trovare il modo per stuzzicare l’appetito degli altri. Alessandra e Matteo si sono divisi le storie e benché le penne siano due, lo spirito è unico. Ed è quello che anche chi legge avverte: l’intento di spronare a crederci ancora. Quella voce di sottofondo che ti spinge ad avere fiducia. Una fucina di speranza. Gli undici protagonisti sono riusciti solo ed esclusivamente con le loro forze e il loro coraggio (cosa ancora più importante) ad eccellere nei loro rispettivi campi: c’è il cardiologo che ha scoperto la proteina che potrà proteggere il cuore umano dall’infarto. I gelatai che hanno aperto un negozio dove producono gelato biologico e poi una catena intera di negozi in tutto il mondo. Un’operatrice umanitaria che ha dato vita ad un progetto internazionale di formazione… o l’imprenditore che ha comprato un gadget al negozio del Moma di New York e che ha avuto l’intuizione geniale di distribuirlo in Italia. Chi di voi non indossa o non ha mai almeno una volta visto gli orologi di gomma multicolori? Ecco: chi lo vende e grazie a ciò adesso è molto ricco, è un ragazzo di Brescia, classe 1980. E gli altri: tutti si sono inventati un lavoro, e una vita, che rispecchia esattamente quello che hanno sempre pensato di voler fare, e quasi temevano di pensare, per paura di non riuscire a realizzarsi. Invece, questi undici qua ce l’hanno fatta. A dispetto di tutto e tutti.

Ho chiesto a Matteo (e, ad onor di cronaca aggiungo anche che con Alessandra non è stato possibile avere un confronto, perché poco prima dell’uscita del libro si è trasferita in Inghilterra), che ha lo sguardo dell’intellettuale che mentre ti parla sta gettando giù la bozza di un trattato di filosofia, senza per questo darti neanche per un attimo la sensazione che abbia smesso di ascoltarti, cosa comprende il progetto “Non è un paese per bamboccioni”. Sappiamo che intanto c’è un sito legato al libro, che probabilmente fra non molto diventerà un web magazine. Abbiamo commentato insieme le reazioni che il libro ha suscitato a pochi giorni dall’uscita: articoli su il Giornale, Libero e altre testate su cui giornalisti, professionisti della parola e della cultura hanno dato vita ad un dibattito in cui, a prenderne parte, ci sarebbe da ingoiare anche un bel po’ di bile. E tutto questo, mi fa notare Matteo, senza che ci sia ancora stata la presentazione ufficiale del libro, quella con tutti i crismi, le interviste e tutto il resto. Questo accadrà a febbraio, in qualche luogo, ancora da definirsi, ma sicuramente molto noto di Milano. Tutto quello che è successo fino a questo momento, compreso il fatto che io mi trovi a parlare con Matteo, è frutto di un passa parola che viaggia anche e soprattutto via web. Beato fu Cairo e quel “sì” senza remore detto a due giovani autori che gli presentarono il loro manoscritto. Ho chiesto anche questo: davvero si può scrivere un libro, inviarlo ad un editore e sentirsi dire “Te lo pubblico”? Sì, si può. Aggiungo io: si può se il libro sottende un valore. Come in questo caso.

Leggere un libro è un piacere che si muove su due piani: quello formale e quello contenutistico. La forma delizia in sé per sé, nel caso dei romanzi, di solito. “Non è un paese per bamboccioni” si fa divorare, scorre frizzantino e fomentatore sotto gli occhi di chi lo legge. Un libro scritto bene, benché probabilmente non verrà mai annoverato fra i capolavori della letteratura mondiale, che diletta per il coinvolgimento intellettivo e spirituale. Il libro di Matteo Fini e Alessandra Sestito ha questo potere. Perché è scritto da noi, per noi. Dove per noi voglio intendere uomini e donne nati fra il 1975 e prima del 1990. Noi che facciamo lavori arrabattati, a volte frustranti. Noi che non possiamo permetterci di sognare. Noi che la strada non ce l’hanno insegnata e non siamo più capaci, né mai lo siamo stati forse, di capire quale percorso sia giusto intraprendere. Il fatto di sapere invece che l’impossibilità e l’impotenza possano essere solo temporanee e passeggere… onestamente, rinfranca.