Il Pianto dellas Miniera - Emozioni e Ricordi
in Eventi by Salvatore Mangiacotti - pubblicato il 2010-03-23 10:44
Un pubblico caloroso e partecipe ha salutato la prima fatica letteraria di Salvatore Mangiacotti, «Il Pianto della Miniera. La storia inaudita della miniera di bauxite di San Giovanni Rotondo (attraverso le interrogazioni parlamentari)», lo scorso 15 marzo, nella sala gremita della biblioteca comunale sangiovannese.
Alla presenza degli onorevoli Michele Bordo e Paolo Gentiloni, del consigliere provinciale Gaetano Cusenza, del sindaco Gennaro Giuliani e dell’assessore Carlo Macrini, Donato Torraco, presidente dell’associazione «Eduso & Co.» che ha editato il volume, ha presentato il lavoro di Mangiacotti. Un enorme lavoro di ricerca ha preceduto la stesura del testo basato essenzialmente sulle interrogazioni parlamentari dal 1948 al 1973 (oltre 4800 sedute da controllare), per verificare quanto si è detto e proposto nel nostro parlamento (tra Camera e Senato della Repubblica) a proposito della miniera di San Giovanni Rotondo (la più importante miniera di bauxite d’Europa) per ricostruirne la storia inaudita.
Grande emozione ha suscitato, in tale contesto, il discorso del prof. Gaetano Palladino, un discorso ricco di storie del nostro passato, non così remoto. Ne pubblichiamo un estratto.

“…Ecco, per me, la parola fatidica, la sola parola Miniera evoca, immancabilmente, emozioni intense e talvolta dolorose. Sono stato un lavoratore della Montecatini, sinonimo della Miniera, da manovale esterno, addetto alla caricazione, non minatore, per mia fortuna, come, per lunghi anni, lo furono mio padre e un mio fratello non ancora maggiorenne. Ho vissuto la vita della Miniera per tre anni e mezzo, dal giugno del 1946 a novembre del 1949, nel fiore della giovinezza, e in tre portavamo a casa e nei polmoni la “terra rossa”, la bauxite, ricca di ossidi di ferro, e di silice, che provocava una malattia dagli esiti nefasti, sempre, la «silicosi», invalidante, prima, e la morte certa, dopo sofferenze atroci. Ma portavamo con noi anche benessere, e non solo. Portavamo con noi un cambiamento «epocale»: una paga mensile certa, non più aleatoria, alla giornata, e ciò significava, in primis, l’affrancamento da una schiavitù atavica, secolare, derivante dallo «stare a padrone», con intere famiglie buttate nelle masserie e i propri figli privati anche del diritto minimo all’istruzione della scuola elementare. E il tutto con paghette annuali da miseria, sufficienti appena per sfamarsi.
Sin dalla più tenera età ci «inculcavano» due princìpi, allora fondamentali, due dogmi: «tocca lu ciuccie dova vo lu padrone» e l’altro: «si nate zappatore e zappatore ada murì».
Il solo pronunciamento di tali bestialità farebbe oggi accapponar la pelle, mentre allora era nostro pane quotidiano, perché non si dimenticasse mai la propria origine di quasi schiavi (tocca lu ciuccie…), privati di ogni possibilità, perfino dell’idea stessa di riscatto, per una vita più dignitosa (si nate zappatore…).
In questo diffuso contesto culturale e socio/economico, arrivò e s’inserì la società Montecatini. Essa fu la manna dal cielo, la benedizione, il «miracolo». Il boscaiolo, il pastore e il contadino si trasformarono in minatori, in operai: parole tanto nuove quanto pregne di significati. La scolarizzazione dell’obbligo, generalizzata fino alla quinta elementare, e per alcuni, più capaci e fortunati, era offerta anche la possibilità di accedere a studi superiori e universitari, fino allora appannaggio dei soli pochi cosiddetti «figli di papà»; un orario di lavoro decente; il ritorno a casa in seno al calore della propria famiglia; l’assistenza medica gratuita; l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro; le ferie retribuite; il fondo pensione; la cassa integrazione guadagni nei periodi di crisi; la sindacalizzazione, con la conseguente possibilità di associarsi, di solidarizzare e socializzare, con la piena consapevolezza di avere e far valere i propri diritti e, non ultima, la possibilità economica di potersi costruire, non senza sacrifici, il proprio nido, la propria casuccia.
Ciò può apparire un’elencazione banale, specie ai più giovani, ma tutti questi erano diritti che conferivano piena dignità e rispetto di sé, inesistenti e inconcepibili prima dell’avvento della «terra rossa», della Montecatini. Questa riconosceva anche diritti extra ai lavoratori meritevoli, con premi e borse di studi ai loro figli (anch’io ne fui beneficiato più volte durante il periodo universitario). Ma la nostra cittadina sangiovannese, purtroppo, pagò un prezzo incommensurabile per questo cambiamento «storico», «epocale», allora unico in Capitanata. 27 vite umane cadute nell’arco di 23 anni non hanno prezzo. Ancora oggi, credetemi, mi prende forte la commozione e il solo ricordo mi fa salire un nodo in gola. Allora si rimaneva «impietriti» alla notizia di una nuova «disgrazia», di un altro o più altri «caduti» simultaneamente in Miniera. Nella nostra piccola cittadina, dove si conoscevano tutti, la notizia si spargeva fulminea, la gente sentiva nell’amina il dolore della gente e «Il Pianto della Miniera» diveniva «pianto universale». Ben presto la Montecatini assunse, anche, il significato di tragedia e di morte. Il «benessere», come sempre, rifugge dalla gratuità e la ricompensa, spesso, è il dolore. Avremmo potuto averla, una dignitosa ricompensa, e fatta rivivere la Miniera, ma l’avidità e l’ingordigia di alcuni agricoltori del «Quadrone» e dei nuovi padroni della Montecatini, che defenestrarono l’umanissimo amministratore delegato, Piero Giustiniani, non hanno consentito di trasformare quel luogo di lutti e di pianti, coi caseggiati divenuti ruderi, depredati di tutto, in «Villaggio della Miniera».
Il 29 giugno del 1986, allora consigliere comunale, all’inaugurazione del cippo marmoreo che porta scolpiti i nomi dei nostri concittadini caduti in Miniera, li additai alle generazioni future, come martiri del lavoro. Oggi sento nell’anima di poterli e doverli chiamare, anche «eroi», perché essi sapevano bene che le loro vite potevano essere improvvisamente spezzate e il loro ritorno poteva avvenire anche in una bara e nella tomba. E come tali, mi si perdoni l’audace accostamento, vorrei ricordali, con alcuni versi del grande poeta lirico greco, Pindaro, che cantò le gesta di Leonida e «…dei guerrier che temute han fatto e chiare le Termopili al mondo».
A loro imperitura memoria, eccoveli:
«…verrà verrà sull’ali dorate il tempo
e invano questo manto di gloria intorno
avvolto ai magnanimi estinti
farà che si dissolva in muto orrore»”.



