Il 7 Dicembre a San Marco in Lamis sarà presentato il libro - Migrazione Emigrazione e transmigrazione - Singolare storia di vita e di emigrazione in Germania e in Umbria
in Politica by - pubblicato il 2007-11-08 10:14
Migrazione Emigrazione e
Transmigrazione è il titolo del libro che sarà presentato il 7 dicembre, alle ore 18.00, nell'Auditorium della Biblioteca Comunale di San
Marco in Lamis. A proporre l'iniziativa è il locale Centro di Documentazione sulla Storia e la Letteratura dell?Emigrazione in
collaborazione con il Crsec FG/27 della Regione Puglia e sotto il patrocinio dell'Amministrazione Comunale. Interverranno oltre
all'autore, il Sindaco della città Michelangelo Lombardi, il dirigente del settore Politiche Migratorie della Regione Puglia Angelo Di
Summa, lo scrittore e critico Sergio D'Amaro ed Antonio Del Vecchio, responsabile del Crsec e giornalista. L'esperienza abbraccia
l'intera vita dell'autore, che presenta nel suo complesso tutti gli elementi di un romanzo di formazione. Dal mondo contadino della Puglia
settentrionale alla decisione di partire per la Germania con la dura prospettiva dello studente, lavoratore, e del Gast ,arbeiter. Abituato
così a collocarsi coscientemente nelle situazioni, l?autore ha voluto raccogliere in un libro aperto(tra saggio, memoriale, referto
documentario) le sue esperienze, narrando episodi e aspetti delle sue terre, quella d'origine e quelle di approdo. Ha pensato quindi di
corredare questi racconti con un?apposita sezione finale di riflessioni su transculturalità e trasmigrazione, nell?attuale processo globale
di migrazioni internazionali. In questo contesto, il dialogo con una immigrata vietnamita della provincia di Hué e con Mihaela, una ragazza
rumena, ha un forte sapore di attualità: è il nuovo volto di un vecchio film, visto attraverso la lente di ricordi lontani, ritornati
attuali per dare coraggio al futuro. Per saperne di più su questa esperienza ecco in sintesi la vita di Nicola Chiarappa:
Dopo aver
compiuto gli studi medi nella città natale, mi sono iscritto alla facoltà di Geologia dell'Università di Bologna, ma ho dovuto interrompere
gli studi per difficoltà economiche. In attesa di tempi migliori, assolsi il servizio militare di leva, e a settembre del 1961, persistendo
le difficoltà, decisi di emigrare in Germania, con l'obiettivo di tentare una mia strada, proseguire gli studi, e costruire una mia
identità e un mio mondo valoriale. La sofferta indipendenza economica ne era il presupposto. A fine settembre, così, un sabato mattina, con
una unica valigia contenente poca "roba", qualche libro (Leopardi, Pavese e l'Ulisse di Omero), un po' di biancheria "pesante, il solito
preservativo, ( l'ingualcibile impermeabile leggero che protegge dalla pioggia), qualche panino, arrivai in Germania. La stazione di
Heidelberg modernissima costruzione con campate di acciaio e vetrate, strideva con i miei 20 marchi in tasca (3.000 lire), l'ignoranza
della lingua e la vaghezza degli intenti, Scendendo dal treno, lasciavo un convoglio stracolmo di gente, ammassata nei scompartimenti e nei
corridoi accanto alle loro valige di cartone rafforzate ognuna con la 'ficelle' (cordicelle). Dai loro occhi si notava l'amarezza e
delusione: il mondo dei vinti di verghiana memoria, ma con la speranza del ritorno. Fui ospite ad Heidelberg, inizialmente, di Michele,
l'amico del liceo, col quale dividemmo la sua stanzetta con il letto ad una piazza, con l'impegno reciproco di lavarci i piedi ogni
sera.con l'acqua fredda della Germania. Rahmengasse n. 5 era il mio primo domicilio, una disadorna stanzetta, un solo lettino per due, un
armadio, un fornellino elettrico, una stufa a carbone, un tavolinetto factotum. Il tutto da condividere con un collega di liceo, anch'egli
studente alla prestigiosa Università. Poveri, ma in buona salute, ed entrambi orgogliosi di studiare (e lavorare) alla prestigiosa
Università di Heidelberg . Due mesi dopo trovai una stanzetta tutta per me, più adeguata a sfollati di guerra che a uno studentie
universitario, una stanzetta vuota e disadorna, senza lucchetto,aperta così agli spifferi da nord-est e alle visite. Nonostante battessi i
denti nelle sere fredde ed umide della valle del Neckar per l'assenza di riscaldamento, trascorsi serenamente (si fa per dire) cinque mesi
tra i banchi dell'Università, la fabbrica di scarpe di Handschusheim, le cucine dell' Head Quarter delle Forze Armate americane dove
lavoravo il sabato e la domenica come sguattero. Disagi tanti: l'inverno tedesco, gli onerosi impegni dello studente - operaio( due ore la
mattina all'università e dalla 11 alle 17 in fabbrica), le difficoltà linguistiche iniziali, i profondi calcoli matematici per far quadrare
il bilancio. Nel febbraio del 1962, per necessità logistiche legate a un trasloco, trascorsi tre giorni e due notti in una delle tante
baracche che sorgevano al margine di cantieri di lavoro. Le costruzioni in legno di solito ospitavano quattro persone , altrettanti letti a
castello con armadi provvisti di lucchetti, dove l'emigrato conserva le sue misere cose, compreso le foto di belle donne appiccicate sulle
ante. La vita in quell'ambiente mi apparve priva di ogni dignità, sottoposta in tutto e per tutto alla volontà del capo-baracca italiano
(il boss), l'unico che conoscesse il tedesco, che godeva di quakche privilegio, che era dispensato dalle pulizie, che dialogava col
responsabile tedesco (lo chef), e che per primo si accoppiava con una meretrice di turno il sabato sera. Una specie di "ius primae noctis"
all'estero, nella comunità locale. L' esperienza mi ha segnato pesantemente, lasciando nella memoria un segno indelebile di penoso
disgusto, che esternai rifiutando l'accoppiamento e meritandomi il commento del connazionale ( il compagno Nicola è un intellettuale,
studia da professore all'università di Heidelberg, è bravo e intelligente, peccato sia frigido?) nonché l'appunto del capo baracca
("compagno professore, la povertà è una brutta bestia, la povertà è l'anticamera della miseria)") Nel giugno dello stesso anno, a maggio le
mie conoscenze di tedesco mi permisero di trasferirmi a Karlsruhe, dove c'era un Centro Italiano abbastanza organizzato. Trovai lavoro
presso la Caritas tedesca come assistente sociale per i nostri Gast-arbeiter e alloggio in una casa di riposo per anziani. Conobbi Hanna,
una ragazza di origine ebraica, che mi impartì lezioni di pianoforte, il grande amore indimenticabile a oltre mezzo secolo di distanza .
A ottobre del 1963 decisi di iscrivermi, dopo aver superato l'esame di lingua, all'Università del Saarland, a Saarbrueken dove avrei
vissuto il resto della mia esperienza all'estero, sostenendo i miei studi con l'insegnamento d'italiano e di latino, lavorando come
cameriere il sabato e la domenica, e nei cantieri di costruzione durante le ferie autunnali ed estive. All'Università mi mantenevo, durante
i primi due semestri, lavorando 12 ore il sabato e 10 ore la domenica in una fabbrica di aceto,riuscendo a raggranella qualche marco oltre
lo stretto necessario. Persi, purtroppo Guimette: puzzavo di aceto e le mie mani erano ruvide e screpolate (-Ah, Guimette, il tuo tenue
profumo riusciva a dissimulare il tanfo di aceto che mi portavo addosso e l'odore gradevole della tua carne era pari solo al velluto della
tua pelle-)
Nel 1968 cambio di paradigma, ero "dottorando", quindi un incarico a contratto, la "docenza" , lo stipendio (il "Gehalt") e
non più il "Lohn", ( il salario) per le ore di lavoro prestato come manovale. Di quel periodo mi restano cari i ricordi di Karl, il
capocantiere tedesco Karl, con il quale scoprii geografie e sofferenze da lui patite insieme a mio padre durante la guerra in terra
d'Africa. Altrettanto indimenticabile il ricordo di Gesuino il gast - arbeiter italiano, deceduto giovanissimo in ospedale, solo e lontano
dagli affetti .("Se la morte fa parte della vita, se morire giovani è una dannazione, morire all'estero anonimo è da bestie!" fu la mia
esplosione di rabbia). E' stato, quell'incontro, l'unico momento di commozione e di pianto da parte mia. Ero dottorando, la strada era
ormai in discesa, feci a meno dei lavori pesanti, diedi lezioni di italiano Consolato italiano.
Qui conobbi una simpatica studentessa
per la quale sentii subito ammirazione e feeling, al punto che quando la ragazza mi comunicò che si sarebbe assentata per due settimane per
trascorrere le vacanze sulla costiera amalfitana, no problem., concordai con Rudy, studente di psicologia e che frequentava il corso
d'italiano, di ripercorrere le orme di Goethe nel suo "Reise nach Italien. Cosa che facemmo, puntualmente, con il mio scassatissimo
maggiolino. La scelta era certo nobile, ma che avrei raccontato con difficoltà ai miei figli, perché allora le mie finanze, come sempre,
erano al limite del rosso, e poi.non avevo la patente di guida.Il viaggio fu una serie di contrattempi. Ma non ci feci caso. Accanto a me
c?era lei, la ragazza con la quale avrei trascorso tante vacanze assieme e che sarebbe diventata la compagna della mia vita. Il 10 luglio
del 1970 conseguii il dottorato di ricerca in Geografia con una tesi sperimentale suille costa orientale del Gargano, e a Novembre del 1972
la laurea all'Università di Firenze con una tesi sugli aspetti geografici della idrovia sulla Mosella, nel triangolo industriale
Saar-Lor-Lux (Saarland-Lorena-Lussemburgo). Avevo acquisito titoli ed esperienza, ed ero disposto a far ritorno in Italia, coerente con il
mio obiettivo politico: la fine dell'emigrazione . Il sospirato evento si concretizzò il 27 febbraio 1973 . Era il pomeriggio di sabato,
quando raggiunsi, dopo quattordici ore di auto e oltre dodici anni di residenza all'estero, la nuova dimora: Corciano in provincia di
Perugia. Mi accompagnarono in Italia mia moglie, mio figlio Marco di circa 5 anni ed un marmocchio in arrivo. Ben presto mi adeguai alla
nuova realtà, alla solidarietà dei vicini di casa che facilitarono in ogni modo il primo adattamento in un appartamento del tutto spoglio,
ma anche alla approssimazione, alle continue improvvisazioni, alla disorganizzazione generalizzata. Era l'Italia che avevo lasciato tredici
anni prima.
Il primo incarico fu ri ricercatore, quindi di esperto di gestione del territorio e infine di direttore dell' istituto
regionale di ricerche, incarico quest'ultimo che contribuì decisamente ad arricchire le mie conoscenze nel campo scientifico, culturale ed
umano. Devo molto ai miei docenti, alla mia compagna di vita e all' esperienza dell'emigrazione, una maestra di vita senza
specializzazione......
Fonte SammarcoComunica



